Immaginatevi che qualcuno venga domani a casa vostra e con un foglio in mano, attesti che deve svuotarvi il frigo e che per i prossimi 5 anni non potete mangiare niente.
Voi morite di fame ed al sesto anno si viene a sapere che quella legge andava migliorata, e cosi, viene modificata…. Chi piangerà i morti? Vi sembra giusto che ci siano delle persone che ad oggi vengono percosse, distrutte, ridotte all’astrico, per poi domani condonare ai BIG ?
La dovete smettere di starvene in poltrona! La dovete fare finita di “riepirvi la pancia” con il calcio.
Dovete svegliarvi, dovete unirvi!
Vi do un pò di numeri:
Politiche fiscali e pressione tributaria
Negli ultimi anni la pressione fiscale in Italia ha raggiunto livelli record. Istat riferisce che nel 2024 il carico fiscale complessivo sul PIL è salito al 42,6% (era 41,4% nel 2023) , tra i più alti dell’UE. L’aumento (+1,2 punti) è dovuto soprattutto al balzo delle imposte dirette (+6,6%, guidato da aliquote IRPEF e IRES più elevate) e delle imposte indirette (+6,1%, in particolare IVA e accise) . Questo significativo incremento del fisco grava pesantemente sui redditi medi e bassi, riducendo il reddito disponibile delle famiglie. In parte tale dinamica riflette la fine di sgravi temporanei (per esempio nel 2021-22 molti oneri sulle bollette erano sospesi), ma rimane il fatto che il prelievo fiscale complessivo è tornato ai livelli pre-pandemia, senza evidenti benefit proporzionali per i contribuenti . L’alta pressione fiscale riduce i margini di spesa delle famiglie e delle imprese: in pratica meno risorse restano in tasca dopo le tasse, contribuendo all’impoverimento della popolazione.
Debito pubblico e spesa inefficiente
Il debito pubblico italiano è su un sentiero insostenibile. Nel 2024 il debito totale ha superato il 135% del PIL e la Commissione Europea prevede ulteriori salite (fino al 141,7% nel 2025, rispetto al 137,3% del 2023) . Il servizio di questo debito è sempre più oneroso: nel 2024 la spesa per interessi è cresciuta del 9,5% , drenando risorse importanti dai conti pubblici. Parallelamente, gli investimenti pubblici restano bassi (gli investimenti fissi lordi sono passati solo al 3,5% del PIL nel 2024 ), mentre gran parte della spesa si concentra su pensioni e assistenza. In particolare, nell’ultimo decennio la spesa per pensioni, sanità e previdenza sociale assorbe oltre metà del bilancio pubblico , senza produrre efficaci miglioramenti di reddito per i ceti più deboli. Molti economisti sottolineano che senza un serio taglio degli sprechi e delle spese improduttive – e un rafforzamento delle revisioni di spesa – il peso del debito continuerà a crescere, lasciando meno fondi disponibili per crescita e servizi.
Lavoro e previdenza: riforme mancate o dannose
Il mercato del lavoro italiano resta frammentato e poco protetto. Secondo Istat nel 2023 il 17,1% dei lavoratori dipendenti percepisce un reddito da lavoro considerato “basso” , quota che sale al 46,6% per chi ha un contratto a termine . Ciò significa che quasi la metà dei lavoratori precari guadagna meno di una soglia minima. Le decisioni politiche non hanno invertito questa tendenza: misure recenti (ad esempio il DL 146/2022) hanno liberalizzato ulteriormente i contratti a termine, senza introdurre un sistema di tutele efficace. Anche le riforme pensionistiche hanno mostrato limiti. L’Italia spende circa un terzo del bilancio pubblico in pensioni , la quota più alta tra i grandi paesi europei. L’OCSE osserva che gran parte di questa spesa è dovuta ai regimi di pensionamento anticipato e raccomanda di eliminarli gradualmente . In parte ciò è avvenuto (ad esempio con la fine di “Quota 100” nel 2021), ma non si è tradotto in risparmi visibili per le casse dello Stato né in miglioramenti per i giovani lavoratori: anzi, molti attuali pensionati di lungo corso beneficiano di rendite elevate non commisurate ai contributi versati . In definitiva, le mancanti riforme strutturali di lavoro e previdenza hanno alimentato instabilità contrattuale, bassi salari e un sistema pensionistico molto costoso, che tende a privilegiare fasce protette a scapito delle nuove generazioni.
Scelte energetiche e ambientali
I costi dell’energia hanno subito aumenti eccezionali, ricadendo duramente su famiglie e imprese. Una caratteristica italiana è che i prezzi elettrici e del gas sono tra i più alti d’Europa (per l’energia elettrica la differenza può superare il 100% rispetto ad altre fasce di consumo industriale) . Secondo Istat il periodo 2021-2025 ha registrato un +34% sui costi di luce e gas per le famiglie , frutto della rimozione graduale di sussidi e dell’indicizzazione dei prezzi al costo del gas naturale durante la crisi energetica. Questi rincari si sommano ad altre imposte ecologiche (accise sui carburanti, IVA sull’energia) e alla maggiore attenzione ambientale, che ha costi di transizione. Il risultato è che gran parte dell’incremento inflattivo è ricaduto sulle bollette: la spesa fissa delle famiglie è cresciuta molto più della media, senza che redditi o sussidi compensassero completamente il sovrapprezzo . In pratica, i consumatori e le imprese italiane hanno affrontato costi energetici insolitamente elevati, alimentando la crisi del potere d’acquisto e avvantaggiando settori energivori (o esportazioni) a scapito del mercato interno.
Politiche sociali (sanità, istruzione, welfare)
Le politiche sociali italiane mostrano ritardi e stagnazione di spesa nonostante le crescenti necessità. Secondo l’analisi Eurostat-OCSE, l’Italia investe meno della media europea in sanità, istruzione e assistenza sociale (rispettivamente il 6,9%, 4,1% e 5,7% del PIL, contro medie UE intorno al 7–8%) . Dal 2019 al 2024 la spesa pubblica per la protezione sociale è aumentata in termini assoluti, ma l’incremento non è stato sufficiente per recuperare i livelli medi europei. Inoltre, molti interventi di welfare sono stati parziali o tagliati: ad esempio nel 2024 l’Italia ha tagliato risorse al “Fondo povertà” e agli ammortizzatori sociali, riducendo drasticamente i servizi di supporto ai beneficiari (anche se aumentava leggermente la componente monetaria) . Nel complesso la spesa sanitaria corrente è cresciuta (≈+5%) , ma soprattutto a causa dei costi del personale; di contro sono calati gli interventi in natura destinati alle fasce deboli (riduzione del -5,8% per cessato bonus energetico) . Ciò significa che la cura e l’istruzione, benché garantite, rischiano di indebolire il proprio effetto redistributivo. In sostanza, le risorse sociali incrementate si sono assorbite in larghi salari e pensioni, senza aumentare i servizi erogati, favorendo una copertura insufficiente per i nuovi bisogni (inclusione, asili, educazione).
Inflazione e potere d’acquisto
L’inflazione esplosiva tra il 2022 e il 2023 ha eroso drasticamente il reddito reale delle famiglie. In base ai dati Istat, l’inflazione cumulata nel periodo 2021-2025 è stata del +17,1% , ma con picchi molto più alti sui beni indispensabili (navigare +24% nel carrello alimentare; +34% in bollette energia) . In confronto, i salari hanno evidenziato una dinamica più debole: le buste paga italiane hanno perso circa 8 punti percentuali di potere d’acquisto . Ciò significa che, anche dopo l’incremento nominale dei redditi (+4,2% nel 2023 ), le famiglie possono comprare molto meno. Conseguenza diretta è la compressione dei consumi: nel 2024 la spesa media mensile delle famiglie è rimasta sostanzialmente stabile (2.755€ vs 2.738€ nel 2023) , nonostante l’inflazione cumula dal 2019 al 2024 sia stata molto più elevata (spesa +7,6% a fronte di +18,5% di inflazione) . In pratica, le famiglie hanno dovuto tagliare spese e risparmi per far fronte ai nuovi prezzi, rischiando l’impoverimento. I dati confermano che gli effetti inflativi sono stati ben più pesanti per i redditi bassi (i cosiddetti working poor hanno perso fino al 15% di potere d’acquisto) , amplificando il fenomeno della “povertà da lavoro”.
Crescente disuguaglianza
Il quadro complessivo è quello di un’Italia dove redditi e ricchezza si concentrano maggiormente in cima alla piramide sociale. L’Istat rileva che nel 2024 oltre il 23% della popolazione è a rischio di povertà o esclusione sociale . D’altro canto, la forbice tra le famiglie più ricche e quelle più povere si è allargata: il reddito annuo medio delle famiglie più abbienti è circa 5,5 volte quello delle più povere (era 5,3 volte nel 2022) . Anche la quota di reddito cumulato dai 20% più ricchi resta stabilmente molto superiore rispetto ai bassi redditi (rapporto S80/S20 circa 5,3 nel 2022 ). Tutto ciò denota che le misure fiscali e redistributive adottate finora non hanno ridotto le disuguaglianze strutturali: ad esempio, la maggiore spesa previdenziale indirizzata ai pensionati anziani e i benefici legati a sussidi edilizi (Superbonus) hanno avvantaggiato fasce già più agiate, mentre le classi medie e basse hanno pagato più tasse senza compensazioni sostanziali. Il calo netto del potere d’acquisto per le fasce popolari (oltre l’8% perduto sui salari) dimostra come le politiche recenti – dagli elevati prelievi fiscali agli scarsi aiuti sociali – abbiano prodotto un diffuso impoverimento, lasciando una crescente disparità di reddito tra i cittadini.
Conclusioni
I dati ufficiali confermano un quadro preoccupante: le scelte politiche italiane degli ultimi cinque anni, pur nate spesso in risposta a crisi eccezionali, hanno finito per erodere il reddito delle famiglie e amplificare le disuguaglianze. L’aumento della pressione fiscale e del debito pubblico, associato a mancate riforme strutturali del lavoro e delle pensioni, a politiche energetiche che hanno fatto lievitare le bollette e a un’inflazione galoppante, ha provocato un calo del potere d’acquisto e un incremento della povertà lavorativa. Allo stesso tempo, interventi sociali e fiscali non abbastanza mirati non hanno compensato efficacemente questi fenomeni, favorendo i redditi più alti rispetto ai più deboli. In sintesi, dagli anni 2019 al 2024 le politiche di bilancio e le leggi approvate hanno, secondo le statistiche citate, contribuito in modo significativo all’impoverimento di larghi strati della popolazione italiana .
Fonti: Istat, Banca d’Italia, MEF, Commissione europea e OCSE .